Alitalia: analisi e prospettive della compagnia

images2.jpgIn questo periodo il destino di Alitalia, la principale compagnia aerea italiana, è più che mai incerto e non hanno contribuito a tranquillizare gli animi le parole del presidente

 del consiglio Romano Prodi:“La situazione è fuori controllo” e quelle del Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: “Si portino i libri in tribunale”. Alitalia non se la passa bene, questo è vero, e la difficile situazione societaria si trascina ormai da tempo; ad ogni investimento pubblico (ben cinque miliardi di euro negli ultimi dieci anni) è corrisposto un andamento al ribasso con ingenti perdite.

Quali sono le cause principali di questo “male” apparentemente incurabile? Le risposte sono molteplici ed occorre perlomeno focalizzare su alcune importanti questioni: in primo luogo, Alitalia è un’azienda con un costo del lavoro altissimo e di gran lunga superiore ad ogni altra industria paragonabile per dimensioni.

Fin qui niente di nuovo direte voi, del resto anche nel lontano 1947 le stesse parole venivano proferite dall’allora primo presidente della compagnia Giuseppe De Michelis e nulla sembra cambiato; uno dei nodi principali della questione sta nel difficile rapporto tra l’azienda e il forte sindacato dei piloti al quale, sfruttando un effetto domino, si aggiungono tutti gli altri sindacati di categoria; se negli Stati Uniti, è legale ricorrere ad un’amministrazione straordinaria, congelare i debiti e ridiscutere i contratti di lavoro per risanare le aziende in forte perdita (il che vuol dire anche riduzione del personale, con interventi responsabili che presuppongono il senso dello Stato ed il rispetto dei diritti del lavoro), in Italia ciò è attualmente improponibile.

uni.jpgAlitalia dispone, inoltre, di un parco aeromobili obsoleto (vedi 75 MD80) ed eterogeneo (il che significa maggiori costi di manutenzione ed addestramento piloti): solo 22 aerei per il lungo raggio contro i 95 di Air France e gli 80 di Lufthansa. Negli anni precedenti, per un lungo arco di tempo si è cercato di “fare cassa” senza investire (evitando il cosiddetto “rischio imprenditoriale”) puntando sulla “mammella statale”, ed anche l’ultimo aumento di capitale è destinato a bruciare in perdite di gestione.

Nemmeno la diversificazione iniziata negli anni 60 attraverso intraprendenti “mosse” di mercato ha avuto seguito e le lodevoli iniziative (Alitalia rilevò l’Immobiliare AZ, entrò nell’azionariato Valtur, costituì l’Aerhotel, divenne primo azionista degli Aeroporti di Roma e creò Eurofly per i voli charter insieme ad Olivetti e San Paolo) sono state poi dismesse. L’amministrazione attuale vede nel fenomeno delle compagnie “low cost” uno dei fattori di crisi (parole dell’amministratore Cimoli); nel Regno Unito però, British Airways, nonostante l’aggressività di Easyjet e Ryanair (che detengono il 50% della quota mercato nazionale), continua a migliorare i propri conti.alitalia logo.jpg

Quali prospettive quindi attendono la nostra compagnia di bandiera? Come ripartire da zero attraverso quella che molti giornali che si sono occupati del caso chiamano una “dolce morte”? In attesa (forse) di un grande partner di mercato, come vociferato negli ultimi tempi, il modello di crescita potrebbe essere quello di creare una nuova aerolinea con struttura di costi, network e flotta coerenti con il mercato accompagnata da un progetto di miglioramento delle infrastrutture aeroportuali e al ridisegno del traffico sugli aeroporti di Milano, lasciando, ad esempio, a Linate solo la navetta per Roma evitando la concorenza con Malpensa. Un restyiling rigoroso e coerente col mercato quindi, che eviti la temuta “macelleria sociale” ma, al tempo stesso, ottimizzi in maniera responsabile l’operatività di un “carrozzone” altrimenti destinato all’implosione, con misure decise anche da parte del governo che faranno inevitabilmente storcere il naso a qualcuno.

Giacomo Morandi

Il sito di Alitalia: www.alitalia.it

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