52 giorni…in viaggio di nozze (prima parte)

Nuova immagine 1.JPG(28/08/2005 – 18/10/2005) Io e Marco abbiamo da sempre avuto un sogno nel cassetto: fare Domina El Arte De Pescar un viaggio di nozze che fosse veramente indimenticabile e unico, qualcosa che non avremmo potuto fare in altri viaggi e altre occasioni, qualcosa che racchiudesse un pò i nostri miti. Ebbene, possiamo dire di avercela fatta e di aver realizzato i nostri desideri trascorrendo quasi due mesi a zonzo tra gli USA, le Hawaii e la Polinesia Francese.

Il 27 agosto alle 16 ci siamo sposati. Purtroppo la giornata non è andata come avevamo previsto xchè ha piovuto, ma è stata ugualmente una piacevole festa e si è protratta fino a tardi.

Abbiamo toccato il letto verso le 4 della mattina e alle 6:45 è suonata la sveglia. Le valigie erano pronte da un paio di giorni quindi giusto il tempo di prepararsi e caricare i bagagli e alle 7:30 eravamo già in macchina. I nostri cari amici Douglas e Giorgia, che condividono con noi la maggior parte delle nostre avventure, questa volta ci hanno lasciati soli ma hanno percorso con noi un pezzettino di questo viaggio memorabile accompagnandoci gentilmente all’aeroporto di Malpensa prima di tornare a casa in quel di Modena (noi siamo di Genova!).

Con una lacrimuccia ci siamo salutati e assieme a quelle che loro definiscono “le nostre case viaggianti”, ovvero le valigie dalla dimensione un pò voluminosa, ci siamo allontanati consapevoli che comunque con il pensiero ci avrebbero accompagnato da casa nelle varie tappe del nostro viaggio. Abbiamo sbrigato velocemente le pratiche di check in e dopo un pò di attesa finalmente siamo saliti sul volo che ci ha portati in America.

Gli Stati Uniti mi hanno sempre affascinato da quando son bambina ma, nonostante io abbia dei parenti vicino a S. Francisco, non sono mai voluta andare a trovarli xchè da sempre ho immaginato di andarci in viaggio di nozze e, grazie a mio marito che fortunatamente condivide sempre i miei desideri, ho potuto realizzare anche questo sogno. Potete quindi immaginare l’emozione che ho provato quando vi ci abbiamo messo piede. Dopo aver ritirato i bagagli con grande ansia di Marco che ha sempre il terrore che se li perdano x strada (in effetti abbiamo sentito veramente tantissimi casi), e aver superato i vari controlli, ci siamo diretti verso la navetta della National che ci ha portati a ritirare la macchina noleggiata dall’Italia. La prima sorpresa c’è stata quando l’addetto National, una volta controllata la nostra prenotazione e inseriti i dati al computer, ci ha invitato ad andare a scegliere la macchina. Io pensavo che venisse assegnata d’ufficio e non che bisognasse sceglierla, quindi sono rimasta un pò stupita e ho chiesto di ripetere la frase almeno tre volte prima di capire cosa intendesse.

E’ iniziata così la ricerca del bolide che ha portato i nostri sederoni a spasso per 5 stati, percorrendo 5380 miglia in 26 giorni indimenticabili. Il nostro problema era farci stare le nostre case viaggianti, ed anche se le macchine americane sono famose per il bagagliaio molto capiente eravamo comunque preoccupati (chi ha una Roncato Shuttle da 115 litri può capire. Noi ne avevamo ben due !!!). Dopo averne provate un paio, finalmente la troviamo …. è lei, la nostra Chevrolet Impala color champagne dove riusciamo a far stare i nostri bagagli ed un altro pò di roba (compreso poi la borsa frigo per le bibite e zaini vari). Ovviamente si mette Marco alla guida xchè io non sarei riuscita ad uscire dal parcheggio, ma anche x lui era la prima volta con il cambio automatico quindi i primi 5 minuti abbiamo rischiato la facciata sul cruscotto un paio di volte. Grazie alla sua abilità, e al suo magico senso di orientamento, usciamo da lì e ci dirigiamo verso l’hotel Furama (prenotato via internet alcuni giorni prima della partenza) dove alloggeremo durante la nostra permanenza a Los Angeles. E’ tardi e non abbiamo neppure fame xchè ci hanno dato da mangiare molto sull’aereo.

La stanchezza post-matrimonio e della levataccia mattutina, assieme a tutte le ore di volo, si fanno sentire e non faccio in tempo a sedermi sul letto che son già crollata. La mattina seguente siamo svegli di buon ora. Decidiamo di cominciare la nostra visita negli States con una bella colazione americana che per l’abbondanza ci ha saziati per tutto il giorno. Chi si reca a Los Angeles lo fa principalmente per visitare tutto ciò che è legato al cinema o a quello che generalmente si vede in TV, e anche noi non ci siamo distinti dalla massa e abbiamo fatto le solite tappe: la scritta Hollywood sulla collina, Walk of fame, Beverly Hills, Rodeo Drive, S. Monica, Malibu’, Venice, Universal Studios e Disneyland. Durante la nostra permanenza a Los Angeles la mia speranza è sempre stata quella di assistere a qualche ripresa in diretta o di incontrare qualche VIP ma ahimè, niente Ben Affleck o Jennifer Lopez, mi sono dovuta accontentare di un incontro veloce con Cuba Gooding Jr a Disneyland in compagnia del figlio e nessun “Ciak – Azione” ! Pazienza, vorrà dire che sarà x la prossima volta. Intanto ho finalmente visto dal vivo tutto ciò che finora avevo visto nelle foto scattate da altri e già questa è stata una grande soddisfazione.

 

Questi primi giorni sono passati senza troppa fretta e ci hanno permesso di abituarci al “way of life” americano quindi adesso eravamo pronti per la parte on the road che tanto abbiamo programmato da casa. Percorrere le strade americane con il nostro macchinone è stato per noi molto emozionante. Lo avevamo immaginato migliaia di volte ma adesso eravamo lì e lo stavamo facendo davvero, sembrava quasi incredibile. Quegli stradoni dritti e infiniti, panorami che continuavano a cambiare scenario, la musica country che ci accompagnava miglia dopo miglia assieme al mitico Cruise Control…non potremo mai dimenticare queste sensazioni. Abbiamo iniziato con la città fantasma di Calico sotto un caldo assassino e poi la mitica Route 66 con i suoi distributori di benzina abbandonati per arrivare al primo grande parco di questo viaggio, il Grand Canyon. Prima di partire lo abbiamo visto e rivisto in foto ma è indescrivibile quello che si prova a vederlo dal vivo.

La sua maestosità lascia a bocca aperta e i suoi dirupi senza fiato. Ci siamo concessi il lusso di visitarlo prima in elicottero come antipasto e poi di girarlo in auto e a piedi per gustarcelo meglio. Inutile dire che la sua fama è tutta meritata. Fuggiti da questa meraviglia che ti tiene costantemente incollate le dita alla macchina fotografica, ci siamo diretti verso il sud dell’Arizona a visitare il Montezuma Castle per poi scendere a Tucson e perderci in mezzo ai cactus del Saguaro National Park, ai set di vecchi film western degli Old Tucson Studios, per arrivare al confine col Messico e vedere quanti messicani passano il confine ogni giorno per comprare materiali di prima necessità che negli USA costano meno. Da qui ci siamo spostati verso il New Mexico facendo però tappa a Tombstone che da sempre ho sperato di visitare per la sua famosa sparatoria dell’Ok Corral. Devo dire che non sapevo bene cosa aspettarmi xchè svariate volte nei racconti di chi era stato negli States prima di me avevo letto che non valeva la pena fermarvisi. Invece, a gran sorpresa, ho trovato proprio ciò che desideravo trovare e penso che se me lo fossi perso non me lo sarei perdonato. Quindi, a questo proposito, vorrei dare un consiglio a chi pensa di intraprendere un viaggio simile dicendo che i giudizi degli altri (compresi i miei) sono soggettivi, per cui, quando decidete cosa visitare o meno, oltre ad ascoltare i vari consigli della gente ascoltate anche in fondo al vostro cuore xchè magari quello che per voi è pazzesco per altri non lo è o viceversa. Siamo arrivati a Tombstone nel tardo pomeriggio quando il sole era già calato e abbiamo trovato una città fantasma nel vero senso della parola. Per strada non c’era anima viva e Allen Street (la strada principale) era completamente deserta.

Si intravedeva però qualche lucina dentro a qualche locale e siccome dovevamo ancora cenare siamo andati a dare un’occhiatina. Non so voi, ma io un saloon con tanto di cowboy con gli stivali e il cappello e le donnine con il corpetto e le piumette in testa le avevo viste solo in TV o a carnevale, quindi sono rimasta molto sorpresa quando spalancate le porte del Big Nose Kates Saloon ho trovato tutto ciò!!! E’ stato come essere catapultati nel film Tombstone con Kurt Russell e facevo fatica a credere che non ero agli Universal Studios ma in una città vera !!! Insomma che, dopo esserci pappati una bisteccazza con patate a volontà e le classiche zuppe con fagioli che tanto sono amate dai cowboy dei film western, ci siamo rilassati ad ascoltare musica country dal vivo assieme a tutti questi strani personaggi in stile old west. La mattina seguente ci siamo dedicati alla visita della città su cui aleggia sempre lo spirito dei fratelli Earp e di Doc Holliday (i protagonisti della sparatoria dell’Ok Corral). Tra un’attrazione e l’altra, è stato bello sedersi ai lati della strada per osservare il tran tran quotidiano degli abitanti di questo posto che, imperterriti, passeggiano con il loro abbigliamento da cowboy senza che siano necessariamente i protagonisti di qualche rappresentazione della famosa sparatoria che ovviamente non ci siamo persi.

Al contrario di quanto si possa pensare, qui la gente non si veste in questo modo per intrattenere il turista, ma xchè gli va e xchè in fondo sanno che in questo modo ci sarà sempre qualcuno che passando da queste parti sentirà il desiderio di fare una sosta anzichè andare dritto e xmetterà a Tombstone di “vivere” e di non diventare una città fantasma abbandonata come tante altre che si incontrano da queste parti. Difatti non a caso si dice che Tombstone sia la città troppo dura a morire!!! Quindi, se volete rivivere uno di quei tanti film sul vecchio west che spesso avete guardato in TV, andate a Tombstone e non rimarrete delusi! Non si poteva rimanere qui per sempre così ci siamo rimessi in marcia verso la successiva tappa importante: il White Sands National Monument. Devo dire che è valsa la pena farsi tutta questa strada per arrivare fino qua in New Mexico xchè lo spettacolo di questo posto è qualcosa di indescrivibile. Dal verde ci siamo improvvisamente trovati in mezzo a delle montagne di sabbia bianca immense. Senza occhiali da sole era impossibile tenere gli occhi aperti e se ti addentravi un pò di più in mezzo a queste dune rischiavi poi di perderti e di non riuscire a trovare la strada per tornare alla macchina. Insomma, qualcosa che non si vede tutti i giorni a meno che non si vada a sciare ma l’atmosfera qui è molto molto diversa!!

E’ uno di quei parchi che più ci è rimasto impresso e che consigliamo di visitare se siete da quelle parti. Passato White Sands abbiamo affrontato un’altra lunga tirata di km per arrivare a Santa Fe. Santa Fe di per sé non è che ci abbia entusiasmato parecchio anche se devo dire che è una città molto carina con un sacco di gallerie a prezzi inavvicinabili. Ma uno dei motivi per cui siamo arrivati fino qua era per visitare Taos il cui pueblo vive lì da più di 2000 anni. Questo posto ci è piaciuto da morire. Le case in stile adobe creano uno scenario inimmaginabile e poi è stato bello fare il tour guidato per comprendere le tradizioni e il modo di vivere di questo popolo. Il pueblo di Taos, infatti, vive ancora nelle case di fango senza elettricità, bevendo l’acqua del fiume ed è per loro di importanza fondamentale mantenere vive le tradizioni dei loro antenati.

Il pueblo di Taos è come lo vedete in tante foto scattate dai turisti che lo hanno visitato ma vederlo dal vivo è tutta un’altra cosa e nell’aria regna sempre un alone di mistero che rende questo posto magico e affascinante. Lasciato Taos abbiamo percorso un lungo tratto tra le montagne per raggiungere Four Corners dove volevamo scattare la classica foto con piedi e mani nei quattro stati che appunto lì si incrociano: Utah, Colorado, Arizona e New Mexico. Dopo questa breve sosta fotografica, e aver assaggiato il buonissimo Fry Bread dei navajo, ci siamo diretti verso quella che è stata per noi l’emozione più grande e la cui immagine è ancora lì davanti ai miei occhi e stampata sul mio cuore: la Monument Valley. L’abbiamo vista e rivista in numerosi film, foto e poster ma cavoli…quando l’abbiamo vista dal vivo l’emozione è stata talmente immensa che quasi quasi mi viene un infarto!! L’ho aspettata davvero per tanti anni questa visita e nei vari percorsi che avevo tirato giù in fase di preparazione mai e poi mancava lei, la mitica, unica, magica Monument. Nel momento in cui l’abbiamo vista spuntare dalla strada è stato un batticuore. Ci siamo dovuti fermare assolutamente per poterla contemplare in silenzio e per immortalarla con uno splendido autoscatto che sicuramente finirà a grandi dimensioni sulle pareti di casa nostra.

Era lì ad aspettarci e noi pronti a gustarcela in tutto il suo splendore. Peccato che, nel momento in cui siamo arrivati, il cielo ha iniziato ad ingrigirsi e il tempo di addentarci nella valle è venuto giù uno scroscio da paura. Ero triste, molto triste, xchè quel momento lo avevo aspettato a lungo e avrei voluto vederla nel pieno del suo colore rossastro. Ma ero lì, e, anche se il nero delle nuvole rovinava un pò il “mio momento magico”, ero ugualmente felice di esserci soprattutto in compagnia della persona che amo e che in questa occasione non era più il mio fidanzato ma mio marito. Ad un certo punto, xò, è come se qualche stregone indiano mi avesse ascoltato nel profondo del cuore e avesse fatto una magia per me xchè il cielo è diventato azzurro ed è spuntato un sole meraviglioso che ha illuminato di rosso tutta la valle. Inutile descrivervi lo spettacolo che si è aperto davanti ai nostri occhi xchè non ci riuscirei mai abbastanza. La Monument Valley è spettacolare, non c’è Grand Canyon che tenga !!!

Andateci e lo scoprirete da soli…continua

Appuntamento alla seconda parte del viaggio che verrà pubblicata su questo sito tra pochi giorni.

 

Pamela e Marco

 

Domina El Arte De Pescar

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